Interferenze

Cerca Articoli

Interviste

L’INTERVISTA – Gioia Di Ridolfo: “Quell’incontro con le prime donne pioniere della politica: ora tocca a noi”

Paolo Paoletti 9 min di lettura

PORTO SANT’ELPIDIO – Dalla costruzione del Premio Donna alla nomina in AMAT, passando per l’impegno politico e culturale. In questa intervista è emersa non solo la figura pubblica che a Porto Sant’Elpidio tutti conoscono, ma anche una riflessione lucida sulle contraddizioni ancora aperte sul tema della parità. Gioia di Ridolfo, coordinatrice e consigliere comunale di Fratelli d’Italia con delega alla cultura, racconta un percorso fatto di impegno, visione e lavoro di squadra, ma anche di consapevolezza e difficoltà: oggi le donne conquistano spazi sempre più importanti, ma il riconoscimento non è ancora pieno. Un’intervista che intreccia esperienza personale e sguardo collettivo, tra risultati raggiunti e battaglie ancora da combattere.

Un premio arrivato alla sesta edizione, che sabato scorso ha confermato come sia sempre più un momento aggregativo e identitario di Porto Sant’Elpidio e del territorio ma anche un punto di riferimento per le istituzioni. Immaginavi che il Premio Donna crescesse così tanto?

Siamo arrivati alla sesta edizione e, sinceramente, non avremmo mai immaginato una crescita così. Organizzare un evento del genere richiede risorse importanti, per questo il ringraziamento va alla Regione, che ci ha sostenuto fin dall’inizio, alla Provincia e agli sponsor che, anno dopo anno, hanno scelto di credere in noi. All’inizio non era affatto scontato che il format funzionasse. L’idea di partenza era premiare una sola donna, ma mi sono resa subito conto che sarebbe stato riduttivo, così come è impossibile premiarle tutte. Da qui è nata la scelta di offrire alla città una visione il più possibile completa. Abbiamo quindi individuato quattro categorie — lavoro, sport, sociale e cultura — che abbracciano l’intera comunità. Una struttura che negli anni si è dimostrata solida e che, credo, non cambieremo.

Un momento dell’edizione Premio Donna 2026

C’è una categoria più complessa rispetto alla altre?

Sicuramente la cultura resta una delle categorie più complesse da valutare, perché non sempre è immediato riconoscere chi lascia un’impronta significativa in questo ambito. Negli ultimi anni, però, sono arrivate candidature davvero sorprendenti, segno di una vitalità che forse non era così visibile. Lo sport, invece, è più facilmente leggibile, grazie ai risultati e ai riconoscimenti. Anche nel lavoro è più semplice individuare chi ha costruito percorsi importanti. Nel sociale, infine, Porto Sant’Elpidio è una realtà molto attiva: il tessuto associativo è ricco e di qualità, e proprio per questo la difficoltà sta nello scegliere una realtà tra le tante meritevoli.

A livello personale: cosa significa per te organizzare ogni anno questo premio? Qual è il momento più difficile e quello che invece ti dà più soddisfazione?

Organizzare il Premio Donna è sempre molto intenso. Il momento più difficile è quello dell’intitolazione: entriamo nelle famiglie in punta di piedi e ci viene affidata la cosa più preziosa, la memoria. Raccontare la storia di queste donne, raccogliere immagini, parole, ricordi e trasformarli in un momento condiviso è profondamente toccante. Sono donne che hanno lasciato un segno nel paese e nessuno può dimenticarle. È un passaggio che porta sempre con sé grande emozione e, spesso, anche commozione.

Il momento che mi dà più soddisfazione, invece, è il premio speciale. Ha un’atmosfera più leggera, ma è altrettanto significativo perché valorizza persone vive, spesso partite da Porto Sant’Elpidio e affermate anche fuori, in Italia o all’estero. È bello raccontare i loro percorsi, il successo che hanno costruito e il legame che continuano ad avere con la città. In quei momenti si percepisce davvero quanto questo territorio sappia esprimere talento ed eccellenza. Ed è un grande orgoglio. Spesso mi sono trovata a organizzare telefonate anche in differita, gestendo fusi orari diversi, perché molti dei ragazzi premiati vivono all’estero. Abbiamo dovuto incastrare appuntamenti tra call e collegamenti, adattandoci ai loro tempi e ai nostri. È bellissimo sapere che Porto Sant’Elpidio ha tanti talenti che restano, ma altrettanti che si affermano fuori dai confini nazionali. Ne abbiamo avuti a Londra, come Fabio Murri, e continueremo ad averne. Ho già qualcosa in mente, ma per ora non posso svelare troppo. Lo scorso anno, ad esempio, abbiamo premiato Davide Giusti, che oggi porta la lirica e il bel canto sui palcoscenici di tutto il mondo.”

Un lavoro di squadra che dura mesi, qual è il segreto dietro la macchina organizzativa?

Il Premio Donna, come tutti gli eventi importanti, richiede tempo e visione. Tutto parte da un’idea, da qualcosa che nasce e prende forma all’interno della commissione, per poi diventare un progetto concreto, organizzato e condiviso. È, prima di tutto, un lavoro di squadra. Il segreto? È semplice, ma non scontato: voglia di fare e tanta collaborazione. Donne che mettono a disposizione sensibilità, tempo ed energie per valorizzare altre donne. E non è banale, perché spesso si racconta di rivalità tra donne. Qui, invece, succede l’opposto: non ci sono conflitti, non c’è competizione, ma un obiettivo comune. Si lavora insieme, con rispetto e stima, senza giudizi e senza protagonismi. Ognuna sa qual è il proprio ruolo e il senso profondo del premio: riconoscere chi ha dato tanto a questo territorio. Forse è proprio questo il vero segreto: lavorare con serenità, per gli altri, senza aspettarsi nulla in cambio.

C’è una storia o un incontro, nato proprio attraverso la Commissione o il Premio, che ti ha colpito al punto da cambiare il tuo modo di vedere il ruolo delle donne oggi?

Di momenti significativi ce ne sono stati molti, ma uno in particolare mi ha colpita profondamente: l’edizione 2024, quando abbiamo voluto invitare le prime donne consigliere di Porto Sant’Elpidio, elette nel 1975 con il sindaco Barelli. È stato un lavoro lungo e meticoloso: sono partita dagli archivi comunali, ho fatto ricerche per mesi per ricostruire i nomi e le storie, perché sentivo il bisogno di dare al premio un’identità autentica. Volevo raccontare cosa le donne hanno fatto prima di noi, quanti muri hanno abbattuto e quali pregiudizi hanno dovuto affrontare. Sono andata a trovarle nelle loro case, le ho intervistate, ho raccolto ricordi, parole, emozioni, cercando di costruire un momento che fosse all’altezza delle loro storie.

Quella sera sono salite sul palco e hanno raccontato cosa significava, allora, essere donne in politica: uscire la sera per il consiglio comunale, tornare a notte fonda, lavorare, avere una famiglia e, soprattutto, affrontare continuamente giudizi e diffidenze. Erano pochissime, spesso una su dieci, e ogni loro scelta veniva osservata e criticata. Eppure hanno dimostrato una forza e una determinazione straordinarie. Hanno saputo superare barriere culturali pesanti e aprire una strada che oggi noi percorriamo con molta più libertà. Oggi per una donna è più semplice conciliare l’impegno pubblico con la vita privata, ma allora significava anche combattere contro un’opinione pubblica spesso ostile. Per me è stato uno dei momenti più intensi e profondi del Premio Donna, perché mi ha fatto capire davvero quanto le donne abbiano dovuto lottare per ottenere diritti che oggi tendiamo quasi a dare per scontati.”

Nella tua esperienza in Commissione, qual è la contraddizione più evidente, se c’è, che vedi tra ciò che si dichiara sulle pari opportunità e ciò che accade davvero sul territorio e nel mondo del lavoro?

Rachele Fiorini e Gioia Di Ridolfo

La contraddizione più evidente è questa: sulla carta si parla tanto di parità, ma nella realtà non è ancora pienamente riconosciuta. Alle donne vengono affidati ruoli importanti — nel lavoro, nelle istituzioni — ma spesso in modo parziale. Vengono messe a capo, sì, ma affiancate da un uomo, oppure retribuite meno. È una parità che resta, in fondo, incompleta. E quello che fa più male è la narrazione che la accompagna: “le abbiamo dato un ruolo, cosa vuole di più?”. Poi però scopri che un uomo, in una posizione analoga, guadagna di più o guida progetti considerati “più complessi”. E allora la domanda è inevitabile: perché non affidare quei progetti alle donne? Davvero si pensa che non siano in grado? La verità è che una donna può fare tutto, e spesso lo fa portando anche il peso di una famiglia, di una gestione quotidiana che resta in gran parte sulle sue spalle. Questo rende il suo impegno ancora più significativo. La contraddizione, quindi, è proprio questa: si dice che uomini e donne sono sullo stesso piano, ma nei fatti le donne vengono ancora messe un passo indietro, o considerate come figure da affiancare. Noi siamo convinte del contrario: una donna può guidare, decidere e gestire da sola, esattamente come un uomo.

Ti chiedo una risposta netta: questo premio serve più alle donne che vengono premiate o al territorio che ha bisogno di esempi da raccontare?

Credo che questo premio abbia un doppio valore. Da un lato per le donne premiate, che ricevono un riconoscimento spesso inaspettato, capace di gratificarle e renderle ancora più consapevoli del proprio operato. Forse però, è ancora più importante per la cittadinanza. Serve a non dimenticare, a ricordare quanto il contributo delle donne sia determinante per il tessuto sociale. Le donne riescono a tenere insieme molte cose, con forza, determinazione e sensibilità, eppure troppo spesso vengono ancora ricondotte a cliché legati solo alla cura e alla famiglia. La realtà è diversa: sono protagoniste, hanno ruoli fondamentali nelle associazioni, negli enti, nella vita pubblica. Senza di loro, molte realtà semplicemente non funzionerebbero. Per questo il Premio Donna non è solo un riconoscimento: è anche uno strumento per raccontare, ogni anno, quanto le donne siano centrali nella crescita e nella vita della comunità.

La tua nomina all’AMAT rappresenta un riconoscimento importante: quanto questo incarico cambia il tuo sguardo sulla cultura e sul territorio, e come si intreccia con il lavoro sulla parità e iniziative come il Premio Donna?

Il mio incarico in AMAT è stato una sorpresa totale. Ho ricevuto una telefonata in cui mi è stato comunicato e, sinceramente, non avevo alcuna aspettativa: non c’erano segnali, non immaginavo che qualcuno potesse pensare a me. È stata una sorpresa, ma anche una grande soddisfazione. Non credo che cambierà il mio sguardo sulla cultura, ma sicuramente lo renderà più ampio e consapevole. Entrare in un contesto più strutturato permette di avere una visione più completa, di lavorare su scala più grande e di raggiungere obiettivi che, da soli, sarebbero più difficili. È un’opportunità per crescere, conoscere e spingersi oltre i confini del territorio. Spero di essere all’altezza di questa nomina, anche nel rappresentare le donne in un ambiente dove la presenza maschile è ancora predominante. Più che un limite, lo considero uno stimolo: quando hai preparazione, consapevolezza e solidità, il confronto non spaventa.

Credo molto nel valore della cultura e nel contributo che le donne possono dare, anche grazie a uno sguardo diverso, fatto di sensibilità e capacità di lettura delle situazioni. Mi piacerebbe portare questa esperienza anche in nuovi contesti, valorizzando percorsi già avviati, come quello del Premio Donna, e contribuendo a svilupparne altri. Affronto questo incarico con curiosità e apertura, pronta a collaborare e a mettermi in gioco. È un’opportunità che può aprire nuovi orizzonti e permettermi di raccontare storie, dentro e fuori Porto Sant’Elpidio.

Scritto da

Paolo Paoletti

Lascia un commento

Articoli correlati