Il Girfalco è la nostra ‘Costituzione’: chi parla di “migliorare” rischia di cancellarlo

di Paolo Paoletti
Mentre osservo, in un comunicato stampa arrivato dal Comune di Fermo, le immagini – quasi futuristiche – del nuovo Girfalco così come immaginato dall’amministrazione Calcinaro–Torresi–Scarfini, mi torna in mente un’altra immagine. Molto più semplice, molto più vera. Una foto di quasi quarant’anni fa: io e un gruppo di amici, bambini di cinque o sei anni, in sella a una bici rossa con le rotelle, le ginocchia sbucciate e nessuna preoccupazione, tra i vialetti di quello che in molti, semplicemente, chiamano “il Duomo”.
Un luogo identitario, prima ancora che uno spazio urbano. Un luogo che custodisce i ricordi di intere generazioni. Ma non è solo memoria personale: è storia collettiva, è fede popolare, è appartenenza. È lo spazio che circonda la Cattedrale dell’Assunta. È Fermo.
Non è un caso se l’allora arcivescovo Gennaro Franceschetti ebbe l’intuizione di posizionare una serie di fari sulla sommità della torre del Duomo. Una luce visibile da molti comuni limitrofi. Non solo un segno religioso, un demarcatore del paesaggio, ma un riferimento identitario.

Ancora oggi, quando ci si affaccia dai belvedere dei paesi circostanti e si osservano i panorami notturni, quella luce c’è. E basta quella luce per sapere, senza bisogno di altro: quella è Fermo.
Dopo lo sfogo di qualche settimana fa del vice sindaco facente funzione Mauro Torresi, in risposta alle associazioni ambientaliste e a tutti quei cittadini che non vogliono che il cuore della città e della provincia venga stravolto, arrivano oggi – più pacate – le parole dell’assessore ai Lavori Pubblici Ingrid Luciani:
“Il primo messaggio che desidererei fosse chiaro alle associazioni stesse e ai cittadini, nell’interesse della città, è che è lungi da tutti noi stravolgere il parco del Girfalco: respingo da cittadina e da professionista prima ancora che da assessore l’idea che è passata, nel comunicare un’idea di progetto diversa da ciò che esso è realmente: una visione che è invece volta a migliorare e valorizzare l’area, nel rispetto del luogo identitario e centrale per la città che essa rappresenta. Dispiace che si dica che questa amministrazione intende trasformare o snaturare un luogo simbolo: l’azione amministrativa è sempre migliorativa nell’interesse della collettività, della storia e del significato dei luoghi.”
E qui arriva il primo, vero dubbio. Un dubbio democratico.

Perché ciò che può essere ritenuto “migliorativo” dall’amministrazione Calcinaro–Torresi–Scarfini non è affatto detto che lo sia per la maggioranza dei cittadini. Elettori di questa amministrazione o no. Basta guardare le immagini diffuse dalla stessa amministrazione. I nuovi lampioni dell’illuminazione pubblica, ad esempio, sono più simili a quelli di un parcheggio aeroportuale o di un centro commerciale piuttosto che ad elementi coerenti con un luogo storico, identitario e delicato come il Girfalco.
E allora è bene chiarirlo: non si tratta di ripristinare il parco alla sua visione ottocentesca, né di opporsi per principio all’utilizzo dei fondi europei o agli interventi di riqualificazione.
Il punto è un altro.
Non esiste approvazione della Soprintendenza o ‘progetto formalmente rispettoso’ che possa contare più del valore iconico di un luogo così caro ai fermani e alla storia della città. Perché qui non si interviene su uno spazio qualsiasi, ma su un luogo che ha qualcosa di profondamente simbolico. È come mettere mano alla nostra Costituzione: la dinamica politica ricorda molto quella del referendum sulla giustizia. A volte la certezza dei consensi, misurata in voti – basti pensare gli ormai famosi 9 mila e passa voti a Calcinaro alle ultime elezioni regionali – può far perdere la capacità di ascolto. E così cittadini e associazioni vengono rapidamente etichettati come “strumentali” e scomodi, pur di andare avanti nella propria direzione tanto, parafrasando in maniera semplicistica: ‘i numeri ce li abbiamo’. Non sono neanche ‘figuranti’ da invitare solo in occasione di inaugurazioni e tagli di nastri.
Non finisce qui. Il fatto che un progetto simile non sia mai approdato alla discussione dei banchi del consiglio comunale, massimo organo democratico della città, lascia riflettere.
Quello che personalmente vorrei (e penso, senza arroganza, di rappresentare la voce almeno di una parte di Fermani) è molto più semplice. Vorrei che tra quarant’anni i miei figli possano prendere quella mia vecchia foto – quella di un bambino che gioca al Duomo – e metterla accanto a una loro. Magari nello stesso punto, tra gli stessi vialetti. E poter dire, senza esitazioni: le generazioni passano, ma questo luogo è ancora lì.
Custodito. Curato. Forse un po’ retrò. Proprio come un nonno con il vestito buono della domenica che abbraccia i suoi nipoti. Un faro per i fermani. E, soprattutto, ancora riconoscibile.
Perfettamente d’accordo 👏
Bellissima riflessione che mi trova d’accordo! Io non sono di Fermo, non vivo a Fermo, eppure… eppure “il Duomo” custodisce molti dei miei ricordi di studentessa del Liceo e ancora oggi lo frequento con grande gioia, per partecipare a qualche evento o semplicemente per sedermi sul prato a leggere un libro o condividere una birra con degli amici. Trasformarlo in un salotto, in una vetrina (sicuramente bellissima!), stravolge il senso profondo di quel luogo, la sua identità e il messaggio di accoglienza che ha sempre trasmesso, per i Fermani sicuramente, ma anche per tutti noi dei paeselli intorno che in quel luogo ci siamo sempre sentiti a casa!
Lettera illuminante da tutti i punti di vista, quello sociale e quello politico
Non é ora dj finirla con le amministrazioni che solo per il fatto di essere state elette pensano di poter decidere su tutto senza il parere di nessuno? Siamo nel 2026. Dovremmo aver aggiornato gli standard amministrativi di fine ‘900
Una amministrazione dura un tempo definito ció che ha fatto rimane a tutti per generazioni che forse non lo volevano. Non vi pesa sullo stomaco questo?