L’INTERVISTA – Una Torre di Libri, il coraggio di investire nella cultura, anche d’Estate: “Così la nostra rassegna è diventata un progetto di comunità”

di Paolo Paoletti
PORTO SANT’ELPIDIO – Dal sogno di una rassegna letteraria capace di far incontrare persone, idee e storie, alla costruzione di un festival che oggi rappresenta uno degli appuntamenti culturali più attesi dell’estate. “Una Torre di Libri” torna a Porto Sant’Elpidio con un programma ricco di autori, incontri e riflessioni, quest’anno racchiusi attorno a una domanda tanto semplice quanto profonda: Dove nasce il coraggio?
Ne abbiamo parlato con Gioia Di Ridolfo, consigliera con delega alla Cultura e ideatrice della manifestazione. La Di Ridolfo è riuscita, con tenacia e forza di volontà, a concretizzare questa idea, facendone una rassegna in continua crescita, anno dopo anno. Con lei Jessica Di Chiara, direttrice artistica dell’evento, che ha raccolto l’input contribuendo al festival con una visione sempre più ampia. Due prospettive diverse ma complementari, unite dalla convinzione che la cultura non va in vacanza d’Estate anzi, è uno strumento di attrattiva turistica. Un evento che si è talmente consolidato da prendere il plauso anche dell’assessore Elisa Torresi: “La cultura, oggi più che mai, ha il compito di indicarci prospettive e animare riflessioni. Una Torre di Libri, attraverso momenti di poesia, approfondimento, letture, presentazioni di opere letterarie, torna a farlo con originalità, spessore e coraggio, tema che fa da fil rouge agli appuntamenti in cartellone. Sono certa che questo programma offrirà alla comunità e ai turisti momenti di aggregazione e arricchimento umano. Un ringraziamento speciale a Gioia Di Ridolfo per la cura paziente e appassionata con cui ha coordinato questa rassegna insieme a Pse Edit”
Come è nata l’idea di creare “Una Torre di Libri”? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che Porto Sant’Elpidio aveva bisogno di una rassegna letteraria?

GIOIA – L’idea di Una Torre di Libri non è nata da un momento preciso, ma è un pensiero che è sempre esistito e che, nel tempo, è diventato sempre più forte: quello che Porto Sant’Elpidio avesse bisogno di un grande appuntamento dedicato ai libri, agli autori e alla cultura. Da quando ho assunto la delega alla Cultura, ho sentito il desiderio di costruire qualcosa che potesse lasciare un segno, non semplicemente organizzare una serie di eventi. Volevo creare un’occasione capace di portare le persone a incontrarsi, ad ascoltare, a confrontarsi e a scoprire nuovi autori e nuove storie. Credo profondamente che la cultura non sia qualcosa di distante o riservato a pochi. È un luogo d’incontro, uno strumento per conoscere mondi diversi dal nostro, per crescere e per sentirci parte di una comunità. Una Torre di Libri nasce proprio da questa convinzione e da un sogno che ho coltivato in questi tre anni: costruire una rassegna capace di valorizzare la nostra città e, allo stesso tempo, aprirla al mondo attraverso la letteratura.
In fondo, più che dire che Porto Sant’Elpidio aveva bisogno di una rassegna letteraria, direi che aveva bisogno di un’occasione in più per ritrovarsi e vivere la cultura insieme. E Una Torre di Libri nasce esattamente da questo desiderio: fare della cultura un momento autentico di comunità.
JESSICA – L’idea del festival è nata tre anni fa dal cuore di Patrizia Baglioni e Gioia Di Ridolfo. Io mi sento un’erede rispettosa della loro passione, un po’ come una mamma che si prende cura di un figlio non suo, e forse proprio per questo lo fa con ancora più attenzione. A questo ho aggiunto il bagaglio che mi porto dietro da anni di partecipazione a festival letterari in tutta Italia, un’esperienza che è diventata il motore per crescere, migliorare e portare qualcosa di nuovo ogni edizione.
Oggi organizzare eventi culturali è sempre più complesso. Qual è stata la sfida più grande nella costruzione di questa rassegna e poi nello specifico di questa edizione?
GIOIA – La sfida più grande è stata sicuramente trasformare un’idea e un sogno in qualcosa di concreto, riuscendo a costruire una rassegna che fosse allo stesso tempo di qualità, ambiziosa e realmente capace di parlare alla comunità. Oggi organizzare cultura significa affrontare molte difficoltà: risorse da reperire, tempi, organizzazione, collaborazioni e la necessità di riuscire a coinvolgere pubblici diversi. Ma credo che la vera sfida sia proprio questa: non limitarsi a organizzare eventi, ma costruire un progetto che abbia un senso e che riesca a lasciare qualcosa nelle persone. Per questa edizione, la sfida è stata ancora più grande perché abbiamo voluto crescere. Abbiamo costruito un programma molto ricco, con autori e appuntamenti diversi tra loro, cercando di rivolgerci a pubblici differenti e di portare la letteratura in luoghi significativi della città. E, naturalmente, una rassegna di questa dimensione non si costruisce da soli. La sfida è stata anche creare una squadra, mettere insieme professionalità, energie e persone che credessero nel progetto. Per questo, al di là dei numeri e del programma, considero già un risultato importante il fatto che Una Torre di Libri sia diventata un progetto condiviso. Perché quando la cultura riesce a coinvolgere una comunità, allora smette di essere soltanto un evento e diventa qualcosa di più grande.
JESSICA – La sfida più grande è sempre la stessa: far capire che la cultura non è un lusso, è una necessità. Costruire una rassegna da zero, trovare le risorse, convincere le persone che vale la pena, ecco, questa è la vera impresa. Questa amministrazione ha dimostrato fin dall’inizio grande sensibilità e questo ha reso la sfida possibile.

La cultura può essere anche uno strumento di promozione del territorio in piena stagione estiva. Che valore può avere una rassegna come questa per Porto Sant’Elpidio, anche dal punto di vista turistico?
GIOIA – Assolutamente sì, ma credo che la cultura non debba mai essere considerata soltanto uno strumento per attirare turisti. Prima di tutto deve essere un valore per la comunità che la vive. Detto questo, una rassegna come Una Torre di Libri può certamente contribuire a promuovere Porto Sant’Elpidio in modo diverso, attraverso la sua identità, i suoi luoghi e la sua capacità di offrire esperienze. Portare autori, lettori e appuntamenti culturali in luoghi simbolici della città significa valorizzare il territorio e farlo conoscere anche attraverso una narrazione diversa da quella esclusivamente balneare. Il turista può arrivare per il mare, ma può scoprire una città che offre anche cultura, storie e occasioni di incontro. Credo che oggi una destinazione turistica debba saper offrire qualcosa in più della semplice bellezza del luogo. E la cultura può contribuire proprio a questo: rendere una città più attrattiva, più viva e più riconoscibile. Una Torre di Libri vuole quindi essere anche questo: un modo per raccontare Porto Sant’Elpidio attraverso i suoi luoghi e la sua comunità, dimostrando che cultura e turismo possono dialogare e rafforzarsi a vicenda.
L’edizione di quest’anno ruota attorno al tema “Dove nasce il coraggio”. Perché avete scelto proprio il coraggio come filo conduttore?
GIOIA – Abbiamo scelto il coraggio perché è una parola che oggi sentiamo particolarmente vicina. Viviamo in un tempo complesso, nel quale spesso siamo chiamati ad affrontare cambiamenti, difficoltà e scelte non sempre semplici. Ma il coraggio non è soltanto quello dei grandi gesti o degli atti straordinari. A volte nasce nel silenzio, nelle piccole battaglie quotidiane: nella forza di ricominciare, di affrontare una perdita, di scegliere, di cambiare strada o semplicemente di continuare a camminare quando tutto sembra difficile. La domanda “Dove nasce il coraggio?” è diventata quindi il filo conduttore della rassegna, ma anche una domanda intima, che ciascuno può rivolgere a se stesso. Perché ogni storia raccontata durante Una Torre di Libri parla, in modi diversi, di persone chiamate ad affrontare la vita e a trovare dentro di sé la forza per andare avanti. E forse è proprio questo il dono più grande della letteratura: permetterci di riconoscerci nelle storie degli altri e, attraverso le loro parole, scoprire che anche nei momenti più difficili non siamo mai completamente soli. E magari trovare, proprio in una storia, un po’ del coraggio di cui avevamo bisogno.
JESSICA – Il tema è nato guardando i libri che avevamo scelto. Storie di personaggi che affrontano la vita con coraggio, ognuno a modo suo. A un certo punto era evidente, il filo conduttore era lì, davanti a noi.

Il festival alterna narrativa, poesia, letteratura per ragazzi e incontri con autori molto diversi tra loro. Quali criteri guidano la scelta degli ospiti?
GIOIA – Il criterio principale è stato proprio la passione per le storie e per le persone che le raccontano. Non abbiamo cercato semplicemente nomi importanti, ma autori e autrici capaci di lasciare qualcosa, capaci di lasciare un segno, capaci di far riflettere con storie e sensibilità diverse, che potessero dialogare con il tema di questa edizione: Dove nasce il coraggio? La scelta degli ospiti è stata quindi un percorso fatto di ricerca, studio, ascolto e grande cura. Ogni autore porta con sé una voce, un mondo, una visione diversa, e abbiamo cercato di costruire un programma capace di attraversare generi e linguaggi differenti, perché crediamo che la letteratura debba poter parlare a tutti. La poesia, la narrativa, la letteratura per ragazzi: non sono mondi separati, ma modi diversi di raccontare storie e di emozionare. E proprio questa diversità è la ricchezza di Una Torre di Libri: offrire a ciascuno la possibilità di trovare una storia, una voce o una parola capace di emozionarlo, interrogarlo e, magari, accompagnarlo anche dopo la fine dell’incontro.
JESSICA – Cerco voci diverse che abbiano qualcosa di autentico da dire. Non seguo mode o classifiche. Seguo le storie che mi emozionano e gli autori che sento veri.
La Torre dell’Orologio è diventata il luogo simbolo della manifestazione. Quanto conta la scelta della location nell’esperienza che volete offrire al pubblico?
GIOIA – La Torre dell’Orologio è diventata il simbolo perfetto di questo progetto: un luogo identitario della città che, un luogo che appartiene alla memoria della città e, per me, anche alla mia storia e al mio senso profondo di appartenenza a questa comunità. Attraverso i libri, si trasforma in uno spazio di incontro, pensiero e condivisione. La Torre dell’Orologio è uno dei simboli più riconoscibili di Porto Sant’Elpidio. La scelta della location, per me, è fondamentale, perché i luoghi non sono semplicemente lo sfondo di un evento: hanno un’anima, una storia e un’identità. Portare lì i libri e gli autori significa creare un dialogo bellissimo tra le storie raccontate nei libri e la storia della nostra città. Significa far incontrare la cultura con l’identità del territorio.
C’è un incontro di questa edizione che, per ragioni personali o organizzative, senti particolarmente vicino?
GIOIA – È davvero difficile scegliere un solo incontro, e sinceramente non riuscirei a farlo. Ogni appuntamento di questa rassegna ha una sua identità e, dietro ciascuno, ci sono state ricerca, cura e passione. Ci sono momenti molto diversi tra loro: la poesia all’alba, che ha una dimensione quasi magica e simbolica; gli incontri dedicati alla narrativa e alle storie degli autori e serate più intime e delicate, come quelle che affronteranno temi legati all’universo femminile. E poi ci sono incontri che affrontano temi di grande attualità e importanza per la comunità, come la serata con Gennaro Capoluongo, dedicata al tema della sicurezza, sulla legalità e sul ruolo delle istituzioni. Ed è proprio questa diversità che amo di Una Torre di Libri. Ogni appuntamento può parlare a persone diverse e lasciare qualcosa di diverso. Quindi non saprei davvero scegliere un incontro in particolare. Posso dire, però, che sento profondamente vicino l’intero percorso della rassegna, perché ogni appuntamento rappresenta una scelta consapevole e molto lavoro.
JESSICA – Valentina D’Urbano. Sono almeno tre anni che la volevo a Porto Sant’Elpidio. Finalmente è arrivata, e questa per me è già una piccola vittoria personale. La sua energia ha portato grande entusiasmo intorno a tutta l’organizzazione.
Se dovessi descrivere “Una Torre di Libri” con tre parole, quali sceglieresti?

GIOIA – Se dovessi descrivere Una Torre di Libri con tre parole, sceglierei scoperta, incontro ed emozione.
Scoperta, perché ogni libro e ogni autore possono aprire una porta su qualcosa che ancora non conosciamo: un mondo, una storia, un pensiero nuovo. Incontro, perché la letteratura non vive soltanto nelle pagine, ma anche nel momento in cui quelle pagine diventano voce e si condividono con gli altri. E emozione, perché in fondo è ciò che spero possa rimanere al pubblico: un pensiero, una riflessione, una sensazione, magari anche una parola capace di accompagnare qualcuno oltre la fine dell’incontro.
Tre parole semplici, ma che credo raccontino bene l’essenza della rassegna: scoprire, incontrarsi e lasciarsi emozionare dalle storie.
JESSICA – Coraggio, bellezza, comunità. Coraggio perché è il tema che attraversa tutti i libri di questa edizione, ma anche lo spirito con cui abbiamo costruito tutto. Bellezza perché crediamo che la cultura sia nutrimento essenziale, non un accessorio. E comunità perché un festival letterario non ha senso se non riesce a unire le persone, a creare qualcosa che appartiene a tutti.
La lettura può ancora competere con i social e l’intrattenimento digitale?
GIOIA – Io credo che alla lettura non serva competere con i social o con l’intrattenimento digitale. Sono strumenti diversi, che possono anche convivere, ma diversi. La vera sfida, forse, è riuscire concedersi un tempo più lento, entrare in una storia, ascoltare una voce e lasciare spazio alla propria immaginazione. Un libro ci chiede di partecipare, di immaginare, di costruire dentro di noi i luoghi e i personaggi che stiamo leggendo. E proprio in un mondo sempre più veloce e pieno di stimoli, credo che questo sia un valore enorme. Per questo penso che la lettura non debba essere difesa mettendola in contrapposizione con il digitale. Dobbiamo piuttosto aiutare soprattutto i più giovani a conoscere la ricchezza di linguaggi diversi e a scegliere, anche quel tempo lento e prezioso che solo un libro sa regalare. Perché un libro resta, il digitale, no.
JESSICA – I libri non competono con i social, raccontano quello che i social non riescono a dire. La profondità, il silenzio, il tempo. E credo che le persone abbiano fame di tutto questo, più di quanto pensino.
Nella tua esperienza di lettrice c’è un libro che ti ha cambiato il modo di guardare il mondo e che consiglieresti a tutti di leggere almeno una volta?
GIOIA – È una domanda molto difficile, perché credo che i libri che ci cambiano siano spesso legati al momento della vita in cui li incontriamo. Personalmente, un libro che mi ha lasciato un segno profondo è Venuto al mondo di Margaret Mazzantini. È una storia intensa, dolorosa e profondamente umana, che parla di amore, di maternità, di guerra, di perdita e di rinascita.
È uno di quei libri che non si limitano a raccontare una storia: ti costringono a fermarti, a provare emozioni e a guardare la vita, le relazioni e le fragilità umane con occhi diversi. E credo che questo sia uno dei poteri più grandi della lettura: riuscire a portarci dentro vite lontanissime dalla nostra e, proprio attraverso quelle storie, farci comprendere qualcosa in più del mondo e di noi stessi. Non so se esista un libro che consiglierei indistintamente a tutti, perché credo che ogni lettore debba trovare il proprio libro, quello che arriva nel momento giusto. Ma Venuto al mondo è sicuramente uno di quelli che, personalmente, consiglierei di leggere almeno una volta.
JESSICA – Il Piccolo Principe. È un libro che ho scelto non per originalità, ma per onestà. Perché è davvero quello che mi ha cambiato qualcosa dentro. Sembra scritto per i bambini, ma in realtà parla agli adulti che hanno dimenticato di esserlo stati, a chi si è perso nel rumore del mondo e ha smesso di guardare le stelle. Antoine de Saint-Exupéry riesce a fare una cosa rarissima: mettere in poche pagine tutto quello che conta davvero. L’amicizia, la responsabilità verso chi ami, la capacità di meravigliarsi, il coraggio di essere vulnerabili. C’è una frase in particolare che porto con me da sempre: l’essenziale è invisibile agli occhi. È una di quelle verità semplici che cambiano il modo in cui guardi le persone, le cose, la vita. In un’epoca in cui tutto corre veloce e tutto deve essere visibile, misurabile, quantificabile, questo libro ti ricorda che il valore più profondo di ogni cosa, di ogni persona, non si vede. Si sente. E credo che sia anche il motivo per cui organizzo questo festival: perché i libri, come il Piccolo Principe, ci insegnano a guardare con il cuore.
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