Interferenze

Cerca Articoli

Opinioni

Definire chi siamo attraverso ciò che non siamo: se un kebab mette in crisi l’identità marchigiana

Paolo Paoletti 4 min di lettura

di Paolo Paoletti

Fa riflettere che nessuno si scandalizzi quando nel cuore di un centro storico apre un raffinato ristorante di sushi da cento euro a persona, mentre l’apertura di un kebab, secondo la giunta della Regione Marche, rappresenta una minaccia all’identità cittadina. Il presidente Francesco Acquaroli ha parlato di “recupero urbanistico e identitario” dei centri storici. Un obiettivo che, in linea di principio, è difficile non condividere. Tutti vogliamo centri storici curati, valorizzati e capaci di conservare la propria storia. Che cosa si intende però concretamente per “identità”?

Se l’identità di un comune marchigiano coincide con la qualità degli spazi pubblici, la tutela dei monumenti, il sostegno alle botteghe storiche e il recupero degli edifici abbandonati, allora siamo di fronte a una politica di valorizzazione urbana. Pensiamo, ad esempio, a quanto ci sia ancora da fare sul fronte dell’accessibilità per le persone con disabilità: salite ripide, vicoli, sampietrini, marciapiedi privi di rampe e barriere architettoniche che continuano a limitare la piena fruibilità dei nostri centri storici. Pensiamo anche a quei progetti di “riqualificazione” che rischiano di alterare l’identità stessa dei luoghi che dichiarano di voler valorizzare, come nel caso del dibattito sul Girfalco a Fermo. Ricordo anche una validissima iniziativa della Camera di Commercio che conferiva il Marchio Qualità Italiana ai nostri ristoranti per sostenere l’autenticità di storie che durano da generazioni. Vedere all’ingresso di un locale quella targa, rappresenta tutt’ora una garanzia.

Se invece l’identità viene definita attraverso ciò che si decide di escludere, ad esempio determinate attività commerciali o determinate culture gastronomiche, il rischio è di trasformare un concetto positivo in uno strumento di selezione culturale. Un approccio che appare tanto datato quanto inefficace in una società che cambia, si mescola e si trasforma continuamente. Le nuove generazioni vivono con naturalezza ciò che per qualcuno rappresenta ancora una minaccia: tradizioni diverse che convivono e si contaminano. Ad esempio mi capita spesso di andare in pausa pranzo in un locale che fa Pizza e Kebab! La foto scelta come copertina di questo articolo (scattata oggi in pausa pranzo) è ben indicativa. A volte il titolare ti mette anche il kebab sopra la pizza bianca. Un vero shock per la giunta Acquaroli ma devo dire che è buonissimo!

Fa riflettere anche la nota di Confcommercio che, di fronte ai mega centri commerciali e alle grandi catene che conquistano le nostre città e mettono in ginocchio i nostri negozi, brinda alla decisione della Giunta Acquaroli (mentre la nave affonda).

La scelta di individuare nei cosiddetti “locali etnici” un problema da contenere rischia inoltre di trasmettere un messaggio pericoloso. In una fase storica in cui l’identità collettiva appare più fragile e frammentata, la tentazione di costruire consenso individuando un “altro” da cui distinguersi è sempre presente. L’essere contro qualcuno, contro una minoranza, sia essa culturale, sessuale, religiosa o ‘gastronomica’ rappresenta la strada più facile per ottenere consensi. È una scorciatoia politica nota: definire chi siamo attraverso ciò che non siamo.

L’identità di una città e quella di un popolo non è una fotografia immobile del passato. È il risultato di secoli di incontri, scambi, commerci e trasformazioni. I centri storici italiani che oggi ammiriamo sono diventati ciò che sono proprio perché hanno saputo evolversi nel tempo. In molti casi, laddove questa capacità di adattamento è venuta meno, hanno conosciuto spopolamento e abbandono.

Non solo. Sempre più spesso sono proprio cittadini provenienti da altri Paesi a scegliere di vivere, lavorare e investire nei centri storici che molti residenti hanno progressivamente lasciato. Invece di considerarli una minaccia, forse dovremmo riconoscere il contributo che offrono alla vitalità economica e sociale delle nostre città.

Un’idea. Caro presidente Acquaroli perchè non pensare ad una delibera di giunta che vieti gli affitti delle case nei centri storici a chi usa ‘curry’ o altre spezie ‘non marchigiane’ evitando così che fragranze di cottura che non appartengono alla ‘nostra tradizione’ invadano i vicoli minacciando il profumino di soffritto o quello del tradizionale sugo al ragù della nonna?

Scritto da

Paolo Paoletti

1 commento

  1. Scatena Francesco

    Hai ragione su tutto, farei notare che la strada dettata dal governo è quella seguita dal fedele “doge” marchigiano. Ricorderei comunque loro che l’Italia è un crogiolo di popoli e li inviterei a fare un test del DNA così tanto per vedere da dove vengono.

Lascia un commento

Articoli correlati